Chiesa Matrice di S. Nicola di Bari

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Il 29 giugno 1595 fu giurato dai capi di famiglie il proposito, in pubblico parlamento, di riedificare una cappella nel centro dell'abitato, sulle ruine di altra abbattuta dal terremoto del dicembre 1456: su tale. deliberazione ritorneremo parlando del benemerito sindaco Giobbe Barbati.
Esistevano, dunque, non solo il castello, ma alcune chiese tra le querce sacre e tra le ombre di raccoglimento e di mistero della montagna.

LA CHIESA fu intitolata a S. NICOLO' DI BARI, santo patrono molto a cuore al popolo illirico, santo glorioso e universale della chiesa orientale ed occidentale, e furono i Coronei a rappresentarlo nella statua, che si conserva e di cui si ignora l'autore e la provenienza. La chiesa fu riedificata dalla volontà piena e dal fervore del popolo nostro e completata verso il 1627: è tuttavia la maggiore.


Il Principe di Bisignano volle offrirle una sua contribuzione; cosicché dal 1628 essa potè avere sacerdoti propri: greci, ma cattolici.
Come si vede, l'altare maggiore è rivolto, secondo il rito, ad oriente, verso il portone di attuale ingresso: l'entrata prima era ad occidente, nell'arco del presbiterio. La sagrestia, invece, era ove, è la cappella di S. Giuseppe.

Dobbiamo principalmente all'ottimo arciprete Don Gerardo Amati (1627) l'ingrandimento e la trasformazione in cattedrale. Egli, in vero, fece costruire il cappellone sull'altare maggiore e dalle fondamenta le navate laterali o bracci; dispose ed effettuò il cambiamento dell'ingresso.
La chiesa nelle sue linee d'insieme, come nei suoi particolari, non ha rari pregi architettonici ed artistici; però, la navata principale e il coro sono, nell'ampiezza, nei pilastri, nelle volte e nei capitelli, uniformemente e con semplicità armonizzati, quali una stessa mente li ha progettati; ma le cappelle laterali sono dissimili in tutto, perchè addossate alla navata principale in momenti diversi per opera di famiglie private, a secondo della possibilità finanziaria e del gusto di ognuna di esse.

La prima cappella laterale a sinistra entrando, ove è la statua di S. ANTONIO DI PADOVA, fu aggiunta a spese di Teodoro Ariropoli, venuto da Napoli nel 1661. In essa vi è anche una piccola statua di S. Rocco, donata dal medico don Bonaventura Montulli il 15 aprile 1797.
La seconda cappella, dello Spirito Santo, fu nel 1672 fatta edificare da Francesco Pisani, detto Cicco; egli per devozione fece dipingere da artista della scuola napoletana dello Zingaro il quadro ,che ancora si vede sull'altare. A fianco vi sono, inoltre: il quadro di S. Antonio Abate, acquistato ed esposto dall'arciprete don Gerardo Amati, e quello di S. Lucia, portato da Napoli dallo stesso don Bonaventura Montulli ed esposto nel 1806.
La cappella modestissima di S. Giuseppe, a destra entrando dal portone, fu fatta edificare da Pietrantonio Lauria, e l'oblato Giovanni Pisani di Pietro la dotò di una vigna. La cappella serviva di sagrestia nei primi tempi, e nel sotterraneo venivano deposte le salme dei preti, mentre altre erano state sepolte nella cappella di S. Giacomo. Nel 1735 le salme furono esumate e deposte nel sotterraneo del coro, ove in seguito vennero seppelliti altri preti latini; come si legge nelle incisioni della pietra sepolcrale.

Anche questo nuovo ordine di cose si deve attribuire all'arciprete Amati.
La seconda cappella, a destra di S. Michele, fu costruita per volontà ed a spese del cantore don Nicola Belli, verso il 1750; la piccola statua di S. Michele era stata già acquistata da suo padre, Michele. La cappella fu restaurata nel 1905 dal cantore don Vincenzo Belli.
Dopo l'ingresso dalla parte dell'orologio vien la cappella dell'Addolorata, che fu eretta nel 1740 a spese del sarto Angelo Guarniero, oriundo di Padula, marito di Margherita Canadeo. Le statue che vi si ammirano, dell'Addolorata, di Gesù legato alla colonna e di Gesù morto, sono opere dello scultore Giovanni Maria Netri di Albano, a cui furono ordinate dallo stesso Guarniero.
La costruzione della cappella del Rosario è coeva a quella della chiesa madre. La statua della madonna è fattura dello stesso artista che dipinse il quadro dello Spirito Santo.

L'intagliatore Domenico Pignone di Potenza, d'una certa fama, costruì in legno ed intagliò il primo altar maggiore e quello esistente nel Rosario.
L'arciprete don Gerardo Amati aveva con tenace proposito provveduto non solo ad ampliare la chiesa madre, ma a darle decoro e solennità: furono da lui acquistati l'organo, costruito e messo a posto da Leonardo Carelli di Valle di Novi, le campane e le pitture ad olio dell'Assunzione e del Rosario, bei dipinti del Pietrafesa, incorniciati e tenuti in alto nel coro. Dopo avere speso gran parte della sua esistenza in opere misericordiose e dopo aver prodigato al suo popolo tante cure di rinnovazione morale, egli morì il 14 novembre 1766.
A continuare l'apostolato, con !a stessa fede e con pari fervore, gli successe don Nicola Tito, di profonda dottrina.
Questi fece costruire nel 1775 il cappellone del presbiterio, rifare la cupola del campanile, che era stata abbattuta da un vento impetuoso il 22 novembre 1768; abbellire il coro ed arredarlo di sedili di noce intarsiato, fattura bellissima di Pascale Sales, nativo di S. Martino, residente in Tricarico; fece scolpire in marmo l'altare maggiore da Matteo Massotta di Napoli: altare che fu consacrato l'11 giugno 1778 dall'arcivescovo Francesco Zunico.
La chiesa madre, dopo la morte (1783) dell'arciprete Don Nicola Tito, non fu ben tenuta e venne lentamente deteriorandosi; ma ad essa nel 1810, mentre per opera degli eredi Basta veniva ricomposta decorosamente la prospettiva della cappella di S. Maria, provvide il medico Bonaventura Montulli, il quale con mezzi raccolti tra i fedeli, in meno d'un mese, cioè dal 17 settembre al 15 ottobre, fece eseguire i lavori necessarii evitando la caduta della facciata principale ad oriente.

Nulla più si è fatto dal 1800 nè recentemente per migliorarla: tranne pochi lavori di manutenzione e di pavimentazione. Le volte principali presentavano notevoli lesioni. L'alto campanile ha fenditure in tutta la sua altezza perchè pericolante, è stato demolito una dozzina d'anni addietro nella cupola e nell'ultimo piano; il suo campanone, fuso ai tempi dell'arciprete De Grazia, nel 1802, da Paolo Olita di Pignola, quel nostro campanone, una volta così profondo e vibrante, ha la voce rotta e stanca come d'un rauco rimprovero per l'immeritato lungo abbandono; essa pare dolente di non poter, come una volta, toccare di lontano il cuore del nuovo peregrin d'amore e, al cader del giorno, di non ripetere con lui gravemente: Ave Maria.
Opera architettonica notevole è la volta della Cappella dedicata alla Madonna del CARMINE, attribuita per disegno e direzione al nostro illustre conterraneo Domenico Sannazzaro, primo architetto del Regno, ed eseguita da Nicola Villamena di Tolve nel 1754: tutto per volontà ed a spese del duca Giuseppe Domenico Antinori, e alcuni duchi della sua famiglia sono sepolti in questa cappella, ove si vedono le lapidi senza alcuna iscrizione.
In un muro laterale, a destra dell'altare del Carmine, vi è il sarcofago di S. LORENZINO.

Nel 1770 il duca Don Flaminio Antinori sposó Mariantonia Goyzueta, figlia di Don Giovanni, segretario di stato di Filippo II, e di donna Isidra Carpentiero, entrambi spagnoli. La giovine sposa, ben accolta dai nostri paesani e pregata da essi, fece portare da Napoli il corpo di S. Lorenzino martire, che era stato donato alla sua nobile casa dal cardinale Acquaviva. Il trasporto della preziosa cassa fu curato da Leonardo Cortese, potentino, il quale la depositò nel castello e consegnò le chiavi alla duchessa Goyzueta ed alla suocera di lei, donna Barbara Sifoli. Il 29 aprile 1771, con grande solennità, con l'intervento del duca di Craco, del vescovo di Potenza, Domenico Rossi, assistita da dodici missionarii, la famiglia Artinori fece deporre il Santo nell'artistica nicchia, esponendolo con tutte le pompe religiose alla venerazione dei fedeli brindisini, ai quali furono distribuiti bioccoli di catone in cui era stato avvolto il corpo del martire e santo. Il vescovo Rossi, per atto autentico, racchiuse nell'urna il seguente scritto: «In quodam Cimiteri a S.e Helene hic Rome inventus est lapis ***** hac inscriptione: Hic jacet corpus S.ti Laurentj martiris, qui in Aretio Tuscic vinit annos tresdecim, et mense quatuor, una ***** phiala ejus sanguine aspersa» e suggellò l'urna, lasciando fuori d'essa, nella nicchia, la fiala col sangue, perchè ogni anno fosse esposta sull'altare e portata in processione. Questa funzione da molti anni non viene più compiuta.

L'ardente desiderio e le preghiere vivissime rivolte dai nostri maggiori antenati per avere in paese le reliquie d'un santo sono manifestazioni di quella febbre che durava da parecchi secoli e della quale parla eloquentemente il Comm. Giacomo Racioppi. E nei secoli più antichi fu febbre più vasta e vero delirio «per le città, i regni, i principi: tale fu per le chiese, i cenobi, i vescovadi. Alle reliquie famose traggono torme di popolo supplichevoli di spirituali conforti, di temporali benefizii; i miracoli, che premiano la fede ingenua, susseguono; la fama ne echeggia lontano; nuove torme affluiscono; ed affluiscono, premio di benefiziii ottenuti o sperati, le oblazioni dei popoli. E fu, nella opinione del tempo, onore alla città, al cenobio, alla chiesa, il possesso di reliquie preclare per miracoli insigni; fu nota d'inferiorità il non averne».

Così era avvenuto in Trivigno con S. Basileo, in Tricarico con S. Innocenzo, in Vaglio con S. Faustino.